Dalla centralità del bambino alla rottura dell’alleanza tra genitori e insegnanti.
Il termine bambinismo (spesso usato come sinonimo di puerocentrismo esasperato) descrive una tendenza culturale e pedagogica moderna che mette il bambino al centro dell’universo familiare e sociale, ma in modo distorto o eccessivo.
Non si tratta del sano amore verso i figli, ma di una sorta di “culto dell’infanzia” che può avere derive problematiche. Ecco i punti chiave per capire di cosa si tratta:
1. Il bambino come “Piccolo Idolo”
Nel bambinismo, i desideri del bambino diventano priorità assolute, spesso scavalcando i bisogni degli adulti o le regole della convivenza. Il bambino non è più un soggetto da educare e guidare, ma un “piccolo sovrano” a cui tutto è dovuto e a cui è difficile dire di no.
2. Scomparsa del limite
Uno dei tratti distintivi è l’incapacità degli adulti (genitori, ma anche insegnanti) di stabilire confini certi.
- Evitamento del conflitto: Si cerca di proteggere il bambino da ogni minima frustrazione o fallimento.
- Giustificazione costante: Qualsiasi comportamento scorretto viene giustificato o minimizzato (“È solo un bambino”, “Esprime la sua creatività”).
3. Orizzontalità del rapporto
Il bambinismo tende a cancellare la gerarchia generazionale. Il genitore non vuole più essere una guida autorevole, ma punta a essere l’“amico” del figlio. Questo però priva il bambino di un punto di riferimento solido, lasciandolo solo a gestire responsabilità emotive che non è ancora in grado di reggere.
4. Conseguenze a lungo termine
Molti sociologi e psicologi (in Italia, ad esempio, ne parla spesso Paolo Crepet) avvertono che il bambinismo può produrre:
- Fragilità emotiva: I ragazzi, mai abituati al “no” o alla sconfitta, crollano davanti alle prime vere difficoltà della vita.
- Narcisismo: Una percezione gonfiata del proprio io e scarsa empatia verso gli altri.
- Infantilismo prolungato: Una difficoltà cronica nel diventare adulti e assumersi responsabilità.
In sintesi: Il bambinismo è il passaggio dal “prendersi cura del bambino” al “vivere in funzione del bambino”, trasformando l’educazione in una costante negoziazione o in una totale accondiscendenza.
Nel contesto scolastico, il bambinismo ha generato una vera e propria rivoluzione (non sempre positiva), trasformando l’aula da luogo di istruzione e crescita a campo di battaglia tra famiglie e istituzioni.
Ecco come questo fenomeno sta cambiando il volto della scuola:
1. La fine dell’alleanza scuola-famiglia
Un tempo, se un insegnante rimproverava un alunno, il genitore tendeva a dare ragione al docente. Oggi accade spesso il contrario:
- L’iper-protezione: Il genitore percepisce ogni critica al figlio come un attacco personale o un fallimento della propria capacità genitoriale.
- Sindacato dei genitori: Le chat di classe (WhatsApp in primis) diventano “tribunali” dove si mettono sotto processo i compiti, i metodi didattici o i voti degli insegnanti, con l’unico obiettivo di tutelare il benessere (immediato) del bambino.
2. Il declino dell’autorità del docente
L’insegnante non è più visto come una figura autorevole depositaria di un sapere, ma come un erogatore di servizi.
- Se il bambino non impara, la colpa è della “noia” o del metodo del docente, raramente dello scarso impegno dell’alunno.
- Questo porta a una delegittimazione continua: se un bambino vede che i genitori non rispettano l’insegnante, smetterà di farlo anche lui.
3. L’ansia del voto e il “Diritto al Successo”
Il bambinismo ha trasformato il merito in un concetto scomodo. Esiste una pressione sociale fortissima affinché tutti ottengano ottimi risultati, indipendentemente dallo sforzo.
- Inflazione dei voti: Per evitare conflitti con i genitori o traumi emotivi agli studenti, i voti tendono ad alzarsi artificialmente.
- Paura della bocciatura: La bocciatura non è più vista come un’occasione di arresto e riflessione, ma come un “danno esistenziale” intollerabile.
4. La “scuola-gioco”
C’è una spinta crescente verso una didattica che debba essere sempre e comunque divertente. Sebbene l’apprendimento ludico sia utile, il bambinismo lo esaspera:
- Si evita lo sforzo cognitivo, la ripetizione e la memoria, considerati “noiosi” o “punitivi”.
- Il rischio è che i ragazzi non imparino a gestire la frustrazione che deriva dalle materie difficili o dai compiti lunghi.
In sintesi: le conseguenze pratiche
Il risultato è una scuola che fatica a preparare i ragazzi alla vita reale, dove i “no” sono frequenti e le regole non sono negoziabili. Gli studenti arrivano all’università o al lavoro con un’altissima preparazione teorica (a volte), ma con una fragilità emotiva che li rende incapaci di accettare una critica professionale.
“Abbiamo sostituito il dovere di studiare con il diritto di essere promossi.”